IVAN CATTANEO visi di/visi

Pagine di un notes a quadretti per un testo in stampatello. E proprio in questo breve scritto, del 2017, Ivan Cattaneo racconta 48 anni vissuti "In-con-per l'arte". Stagioni lontane e stagioni presenti: a cominciare dall'infanzia nel paese bergamasco dove, già a cinque anni, Ivan ritagliava dalle riviste anni 50 e 60 "soprattutto occhi, bocche, nasi, mani" per farne insoliti collage. Presentimento precoce dell'adolescente che avrebbe frequentato poi il Liceo artistico e del giovane che, pochi anni dopo, a Londra, avrebbe compiuto i primi passi della propria "educazione sentimentale" coltivando, senza dubbio, due vocazioni artistiche: la pittura e la musica. Entrambe destinate a perdurare, con successo, fino ad oggi. Eccoci dunque a spigolare, tra queste pagine, l'iter di un percorso di formazione lungo approdato anche in un ciclo di opere dal titolo quanto mai esplicito. IO FACCIO-FACCE! Ovvero: VISI DI/VISI "Parziale Manifesto Artistico" Perché - scrive - "Ricompongo, a modo mio, l'universo-viso, attraverso lo scrutare il volto umano, come paesaggio più strabiliante e intercambiabile". E ancora "Viso! Faccia! Volto! Muso! Mostass (in bergamasco)". Bellissimo il dialetto! Grasso, autentico, sempre lingua materna; linguaggio delle evocazioni familiari, dei riti di passaggio, della nostalgia che non fa più male, perché è necessario che qualcosa di noi muoia per rinascere nuovi, più consapevoli. Mi pare, quindi, che proprio questo sia uno tra i nodi centrali dei lavori di Ivan Cattaneo. Istrione sul palcoscenico senza mai farci dimenticare rare sensibilità di uomo, che invece si svelano, subito con naturalezza e garbo, fuori di scena, nei rapporti umani, in quell'altro palcoscenico, ancora più impegnativo, che è la vita quotidiana. Sulla tela, nei collage, nei polimaterici, impasti scatenati di cromie combinatorie empatiche con i soggetti. Una continua "trouvaille": ambizioso progetto di scomporre e ricomporre fisionomie antropomorfe e zoomorfe. Opere apparentate, forse e ancora, con il Primitivismo africano, giacché maschere fortemente espressionistiche. Maschere tragiche, grottesche qui impregnate di ironia antifrastica. Alcuni esempi e qualche ipotesi critica con punto interrogativo: Narciso riflesso in frantumi di specchi deformanti? Giano bifronte androgino? Grazioso, tutto rosa. Malizioso copricapo fallico per il pur delicato Pan/Priapo: satiro gentile dalla barbetta verdina quasi impubere? Inoltre mostri simil-gargoyle d'ascendenza gotica, gatti mefistofelici, con grosse teste rotonde o allungate a dismisura? Anche un Principe dal muso porcino in attesa di essere liberato da stregoneschi incantesimi? Quale dei personaggi lo bacerà riportandolo alla originaria bellezza? Saranno per caso le scimmiesche creature? Tanto per ricordarci che da loro tutti noi proveniamo: perciò non è proprio il caso di montarsi troppo la testa, caro il mio caro Principe azzurro! Un ben stralunato universo tra fiaba e mito, tra fantasia e cultura; tanto è vero che ha scatenato in me questa ridda di suggestioni interpretative… Certamente metafora della contemporaneità assediata dal delirio di tanta esposizione mediatica, da troppa tecnologia e globalizzazione, dallo sfruttamento delle azioni più efferate e delittuose "in diretta" sugli schermi. Il Male sembra il vero grande protagonista, come Ivan denuncia, senza mezzi termini, nel suo "Manifesto". Comunque sia, lui se ne sta lì, imbrattato di vinavil e di colore e, se necessario, di qualsiasi altra materia organica perché la corporalità ci caratterizza non solo biologicamente. In quanto esseri umani essa ci rappresenta con simboli emblematici: etnologi e antropologi lo ricordano di continuo. E Ivan deve saperne qualcosa. Allora, a ben guardare, mi sembra che tutto torni: che si abbraccino in perfetta confusione Ivan il performer istrione e il bambino di un tempo che ignorava Braque, Picasso, Dalì; poi, con loro, il raffinato conoscitore dell'arte moderna attraversato da quella scossa elettrica che è stato l'incontro con Bacon. Perciò galleria di volti, facce, musi coloratissimi: a suggerire d'acchito differenti considerazioni in chi li osserva. Occorrerà liberarsi in fretta di un certo primitivismo percettivo, cattivo consigliere perché si ferma alla superficie delle cose. Guarda, ma non vede, a meno di lasciare spazio - dentro la retina e dentro il cervello - alla vista-visionaria, allo sguardo emotivo. Serve dunque correggere il preliminare sconcerto davanti ai VISI DI/VISI. Rileggendo forse le parole del "Manifesto", là dove Cattaneo descrive il bisogno di consegnare alla Storia un oggetto qualsiasi del quotidiano affinché venga nobilitato dall'arte. Sì, perfino con un polimaterico si può esorcizzare "la propria malattia, il proprio difetto di troppa nostalgia del passato". Il "drammatico desiderio di rimanere eterni". Anche attraverso lo sberleffo, il ghigno di queste improbabili creature palpitanti per quell'orrore. L'universo contemporaneo, stravolto da troppi falsi miracoli, devastato da una crisi di valori ovunque sbandierata e mai combattuta a fondo, su queste tele a tecnica mista attinge forza e poetica da ben più antiche e salde radici. Mix di oggetti vagamente apotropaici, infatti: sassi, conchiglie, e altro ancora, formine impresse posizionate poi spruzzate, prima di essere rimosse, "quasi fossili pittorici". La ricerca oggettuale ossessiva di dare forma al Bello anche con un'estetica del Brutto. Macché scandalosa, piuttosto non convenzionale, divertente, liberatoria. Come la intendeva in fondo anche Daniel Spoerri: il Brutto come "Sublime", ovvero ciò che ci attrae perché fenomeno fuori di ogni norma e canone, in grado di scavare nella profondità dei nostri abissi interiori, delle nostre paure: formidabile appunto. E trovarselo lì, dove non te lo aspetteresti mai, stupisce e spiazza, perché l'immaginazione dell'artista diventa la nostra immaginazione. Nessun ossimoro linguistico, in realtà: Bello e Brutto sono qui categorie dell'Estetica, grandi archetipi di identità, comunque di paritetica valenza e attualità. Il loro indecifrabile mistero cattura come una calamita. Credo che sia per questo che le opere di Ivan Cattaneo, a tratti, mi ricordano un poco il mondo di scrittori che amo: Paul Auster, soprattutto L'invenzione della solitudine e Trilogia di New York e Céline, Viaggio al termine della notte: in entrambi gli autori la poesia più alta nasce dal loro bisturi implacabile affondato nelle carne viva di una umanità alla ricerca spasmodica del senso della vita. Ricerca ardua questa, oggi più che mai, dall'esito imprevedibile. Magari per qualcuno la ricerca procederà lungo la strada magmatica dell'arte, attraverso le suggestioni della letteratura, della poesia, della pittura e della musica. Così anche per Ivan Cattaneo, da sempre; pervicacemente. Luisa Facelli