RONALDO FAROLFI - DENTRO

Eccolo: come sempre puntualissimo, con quella sua espressione di ragazzo aperta al sorriso. Sotto il braccio Ronaldo Farolfi ha un paio di grandi opere lignee monocrome, della serie dei cosiddetti "Bianchi", risalenti a tempo fa. Bisogna entrare subito in argomento: esposti, oggi febbraio 2018, alla Casa d'Arte Viadeimercati, saranno forse raffinati esercizi di stile? Nemmeno per sogno: nessuna maniera, né citazione. E se l'alternarsi dei pieni e dei vuoti potrà sembrare, gioco forza, un lontano omaggio, non un debito, allo Spazialismo - o un ammicco malizioso al design più elegante? Ronaldo, come tutte le persone serie, è un gran burlone - il modulo interpretativo di eventuali stilemi declina una propria concezione della geometria, tutta a intarsi, scanalature, inserti cilindrici e triangolari, rotondità sferiche e altro ancora. Buchi? Anche, infatti, necessari, in cui porre gli elementi oggettuali che completano il quadro. Piani sfalsati? Naturalmente. Simmetriche asimmetrie? Come no… Opere così ben fatte da presumere lavori di alta falegnameria. Sculture tridimensionali, invece, di un artista che vuole e deve risolvere dal principio alla fine, con le proprie mani, quella maledetta "Idea" incistata nella mente con una violenza espressiva già perfettamente di per sé compiuta con progettuale statuto. Da non dormirci la notte: "Idea" di quelle che "anche se non visualizzata, è opera d'arte quanto un qualunque prodotto finito", secondo un suggerimento insidiosissimo di LeWitt. Qui, dunque, la faccenda si complica: perché Farolfi non si riconosce nella serialità di certa arte concettuale, anche se può condividere il meccanismo di combinazione che regola il progetto. Per lui conta la "partitura", una texture che subisce la sistematica suggestione della musica, ordine armonico per eccellenza, in grado di presiedere processi mentali e farsene guida silente. Bach e Keith Jarret forever. E non soltanto. Mi racconta poi che c'è stato un momento in cui una "Idea", appunto, proliferava, con gangli e filamenti, piombandolo in uno stato euforico, straniante, obbligandolo a non pensare che a ciò. Tuttavia, al tempo stesso, ogni tassello di un'opera, a realizzazione compiuta, sprigionava anche la fuoruscita di energie, fisiche e psichiche, finalmente svincolate da forti tensioni e da dissonanze del temperamento e della quotidianità. Contemporanei di se stessi e degli altri: bisognava essere sempre nel presente. L'arte è una possibile lettura del proprio io più esigente, più nascosto, più cogente al punto che qualcuno non si può sottrarre. Questo distingue gli artisti dai dilettanti: il discrimine netto. Farolfi non crea per consolarsi di vivere in una realtà stressante, né si abbandona ai sogni tuffandosi negli ultimi cascami maldestri del surrealismo, o di altri movimenti. Tiene alta la sua guardia. Anzi si definisce lontano anni luce dai modelli che ogni tanto qualcuno gli ricorda, apparentandolo con molti che lui dichiara di non conoscere proprio. C'è da credergli, non è il solito vezzo dei falsi modesti o dei furbi. D'altra parte certi semi - e spore del mondo dell'arte - come nel mondo vegetale, qualcosa producono. Lontano e in un arco di tempo lungo, per la casuale magia di chissà che vento. Respirato più o meno consciamente il clima dell'Informale, si sta parlando, quindi, di un artista di quelli calamitati al "fare". Oggi, forse senza più il furore di ieri. Persiste, naturalmente, il solito impulso che il cervello spedisce: pulsione, pulsazioni, compulsare. Da tenere sotto osservazione. Perché l'area semantica è quella lì. (Se qualcuno poi, senza banalizzare la questione, sa spiegare che cosa muove un artista a "fare arte" e che cosa è davvero "arte", merita riconoscenza). Allora ragionare con ironia, e con autoironia, è una difesa? Può darsi. Nei confronti del proprio io, "Ego d'artista, finalmente in scatola" (imbrigliato o semplicemente riposto?) mentre "l'arte è a pezzi Ricomporre" (il panorama artistico oggi è più che mai una incomprensibile babele?). Questo si poteva - e si può tuttora - leggere sulle facce del cubo "In-cubo", oggetto di una vera e propria performance interagita dal pubblico nella personale del 2012 alla Casa d'Arte Viadei mercati. La necessità di un confronto immediato con il pubblico, senza dubbio. Dall'autore al fruitore: insomma verrebbe da dire arte a km zero. "In-cubo", proprio in ragione della modularità dei singoli pezzi che potevano essere composti e scomposti era "un'opera aperta", proposta in un divertito e divertente packaging pseudo-industriale, in realtà opera manufatta esso stesso, per giunta corredato di quei brevi messaggi semiseri di cui sopra si è detto. Dopo la stagione creativa di sei anni or sono, fedele alla sua cifra stilistica, Farolfi è oggi passato a un ciclo nuovo che vedo presentato in scatole siglate 2017 sugli involucri e catalogate con cura formale. Bene, bene: sempre favorevoli all'importanza dei dettagli. Adesso, finalmente, la nuova personale alla Casa d'Arte Viadeimercati dirà che cosa è cambiato nel mondo di Farolfi. Prima di tutto che ne è stato dell'idea di singole geometrie sui solidi in cartone, in passato dipinti con una gamma di colori ricorrenti, caldi e anche scuri, su texture monocrome. Si tratta di capire se ora la modularità sia del tutto superata concettualmente. Vediamo subito, confrontando: intanto, ecco anche qui avvertenze autoironiche: "ego d'artista finalmente in scatola non disperdere" e ancora "Inscatolar/Te" e poi "ridimensionata confezionata non nuoce alla salute" oppure "attenzione contiene scatole vuote" (la T è sghemba per rendere l'evidente doppio senso. Ronaldo non è nuovo a questi giochi di parole). Eh sì, qualcosa è cambiato. Se l'ironia lessicale persiste, i messaggi sono spia ineludibile: improntati a un maggior ottimismo circa il valore della propria arte, dunque un passo in avanti in autostima. Formalmente è il quadrato in cui sono inscritti i singoli tasselli a dettare formato materiali struttura. La profusione creativa di un Farolfi, esordiente di razza già nel 2002, oggi si stempera in una più matura consapevolezza espressiva. Il colore di questi nuovi "Quadri" interamente in cartone e carta dipinta con acrilici è squillante. Puro, assoluto. Una lampante scossa di energia. Sta di fatto che i gialli esplodono di luce, i rossi sono super-solari, dipinti senza una sola sbavatura, i blu un po' più elettrici. Ci sono ancora moduli, che possono farsi superficie alla pari con la candida cornice del quadrato, oppure bizzosamente emergere letteralmente con una sporgenza fuori di cornice. Le eccezioni confermano la regola, a qualche piroetta Ronaldo non rinuncia: così una cromia più eccentrica, un bel marrone bruciato, per esempio. Ma tutti i moduli del quadro non sono più scomponibili né estraibili. Non si esce dal nitore della cornice che tutto tiene e regola. (Impossibile non ricordare che l'uso di pochi colori in composizione geometrica rigorosa all'interno del quadro ha avuto in Mondrian il suo interprete più moderno, né la lezione esemplare del monocolore anche su grandi superfici dell'ultima produzione i Burri). Rintracciabili in questi recenti lavori di Ronaldo le antiche radici di una matericità a lungo studiata e sperimentata, fino a depurarne l'essenza oggi, dopo averne saggiato le possibilità, con indubbia tenacia. Opere così essenziali, queste ultime, eppure eloquenti. Lontani i micro mondi lignei dei "Bianchi"- cosmografie immaginifiche quasi "Città invisibili" calviniane - e ugualmente la giocosa falsa anarchia dello straordinario "In-cubo". Accumulazione versus Sottrazione: ora le singole parti sono già il tutto, e viceversa, in felice sineddoche. Meno oggetti, più densità cromatica, più risalto perciò a ogni singola forma. Infine la "fissità del quadro" (del tutto apparente) non significa assenza di dinamismo, ma composita stabilità. Linguaggio di manifesta poetica, questo: la ricerca della bellezza, ancora e sempre, tirando di sponda. Dovrò chiedere a Ronaldo Farolfi se gioca a biliardo. Luisa Facelli