LA STANZA DELL'800

LA STANZA DELL’800 In particolare di quel Secondo Ottocento che, in questa mostra, è rappresentato da alcuni artisti con un piede già nel Novecento, ma con l’altro ancora radicato in quella stagione ottocentesca che riconosceva i suoi punti di forza nella pittura di genere, di paesaggio e nella ritrattistica. Dunque di questo si tratta. E di altro ancora: l’esposizione presenta personalità artistiche che gravitarono intorno agli ambienti torinesi dell’Accademia Albertina, dove si erano formate con gli stessi maestri. Tutte aspirando a quella tappa d’obbligo che era, all’epoca, Parigi, più di ogni altra capitale al centro di un dibattito acceso e rivoluzionario sulla concezione dell’arte e della pittura: Parigi, allora, come appena ieri New York e oggi la Cina. Le opere in mostra pongono l’accento sulla comune matrice fortemente regionale di personalità differenti. Ci sono, infatti, Alciati e Pugliese Levi vercellesi, Delleani biellese, Reycend e Tavernier torinesi, Quadrone di Mondovì. Insomma un gruppetto di artisti del Piemonte. Come quelli di altri centri, del resto, non costituivano un’eccezione nel frammentato panorama italiano che aspirava a un’arte nazionale, ma, in mancanza della quale, si riconosceva, più o meno parzialmente, ancora nelle varie tendenze o scuole regionali, specie dopo il 1860. A porsi la questione erano in molti: nel 1886 Signorini nel «Gazzettino delle Arti del Disegno», con piena consapevolezza del cambiamento in atto, rilevò l’inevitabile “diserzione dalle Accademie”, intese come fulcro di un modo di fare arte ormai superato. E in cosa consisteva la “diserzione”? Signorini parla chiaro: molti pittori - scrive - erano andati a “trovare il vero sole della natura e i luminosi chiaroscuri dell’aria aperta” e, da quell’eccellente critico d’arte che era, indicava le scuole regionali dove ciò si era verificato o stava verificandosi. Dovendo, ora, ritornare ai piemontesi qui esposti, va detto che mentre la pittura di genere, descrittiva o narrativa che fosse, trova in Quadrone il suo esponente di spicco, specialmente nelle scene di caccia - in cui è imbattibile - è il paesaggio, con o in assenza di figura, l’indiscusso protagonista: in Pugliese Levi la lezione di Fontanesi è ancora ben presente, ma il suo naturalismo, strada facendo, lo avvicinerà ai divisionisti lombardi. Anche in Reycend l’ombra dei maestri Fontanesi e Delleani compare, per stemperarsi in una sintassi pittorica che fa, di sicuro, i suoi bravi conti con Corot. Il plein air e l’impressionismo sono la cifra stilistica dei paesisti, sia nei panorami alpini sia nelle distese marine: e viene da chiedersi se mai sarebbe stato possibile altrimenti. Il vigore delle pennellate sarà forse lontano dalle atmosfere vaporose di altri, ben più famosi, maestri francesi, ma sono fuori di discussione la qualità del tratto, la pasta cromatica, la sicurezza derivata da un’alta disciplina pittorica. Il che sta a dire che la produzione artistica delle singole personalità, opportunamente centellinata dalla Casa d’Arte in una raffinata campionatura (impreziosita da qualche raro esempio di pittura inglese) è ben significativa intanto per una certa “compattezza cronologica” e, soprattutto, per il modo di rappresentazione di temi generali. Così, ad esempio, il verismo del partenopeo Irolli non sembra sfuggire poi troppo alla regola rispetto ai piemontesi, perlomeno nell’opera qui esposta: vi si riscontra quella comune attenzione di stampo naturalista che, perdendo in enfasi, guadagna una maggiore più consapevole grammatica e dignità formale. Tornando solo per un momento ai soggetti, essi rivelano grandi nodi da sciogliere: insomma gli interni, il quadro delle scene campestri, la figura umana riflettono la situazione storico-politica e socio-economica italiana, diversa da quella di altri Paesi europei e della Francia, punto di riferimento più vicino, più conosciuto, più studiato. Sfumato e complesso sarebbe senza dubbio il discorso su Delleani: basterà ricordare che ai primi del Novecento, ormai quasi al termine della sua vita (era nato nel 1840 e muore nel 1908), è del tutto completata la sua autorevolissima maturità artistica. Straordinaria, perché frutto di un’incessante ricerca di rinnovamento. Non potendo dedicare a tutti i singoli artisti l’attenzione critica che certo meritano, occorre soffermarsi almeno sui cinque ritratti di Alciati qui proposti che ben ne rappresentano la modernità; e non dipende soltanto dall’anagrafe: Alciati, infatti, è “il più giovane” all’interno di questa rassegna, essendo nato nel 1878. Piuttosto val la pena di concentrarsi su quel suo tocco “informale” che s’impone con meravigliosa efficacia, specialmente nello Studio per la Signora Sommaruga ritratta con notevole intensità, in perfetta sintesi compositiva. Ultima considerazione: se l’Accademia Albertina fu il luogo dove i “vercellesi” si perfezionarono, prima ancora di confrontarsi con altri artisti contemporanei, italiani o stranieri con cui poi vennero in contatto, piace oggi ricordare (proprio prendendo spunto dalla vicenda anche umana di Alciati) il ruolo decisivo ricoperto dall’Istituto delle Belle Arti, per sua tradizionale vocazione promotore illuminato di talenti. Strenna pre-natalizia, dunque, la Mostra della Casa d’Arte. Per certi versi omaggio a un pezzetto di storia di questa nostra città di provincia, qualche volta tutt’altro che culturalmente provinciale. Ieri come oggi. Luisa Facelli