FILIPPO BIAGIOLI tra stupore e invazione

Filippo Biagioli da Serravalle Pistoiese. Da tempo affezionato a questa città e soprattutto alla Casa d’Arte: già ospite ieri (2007 e 2008) negli spazi espositivi di Vercelli e di Imperia, vi ritorna con una personale fedele alla cifra stilistica e alla poetica che aveva incantato con la sua immediatezza stralunata. Ora le opere di piccolo formato, di solito su tela, e quelle più grandi, su tavola, esprimono una figuratività gremita di personaggi e oggetti riconoscibili in una loro improbabile azione cinetica, nel più delirante dei modi e dei mondi possibili. Una questione di sintassi e di lessico: fulminei racconti-sequenze minime di segni. Due soli esempi: ecco il primo. Nella tavola Ritratto di Adua nell’esercizio delle sue funzioni c’è una scena urbana, una donna vigile, un cantiere stradale, una ragazza che vuole scrivere poesie, ma in quel momento deve vedersela con un martello pneumatico, “pistola” (sic) impugnato da lei, troppo “stretta di bacino” (sic) quindi in difficoltà a manipolarlo accanto a un tombino sconnesso. Benissimo: possibile una lettura a ruota libera, ma non la vedo facile se ci ostiniamo a un sensato realismo. Al solito compaiono le anti-didascaliche parole di Filippo, segni definiti in passato grafemi, rune e altro, spesso invadenti lo spazio delle icone, per diritto e per traverso come sono. Secondo esempio: un uomo molto elegante in un abito bianco suona il piano nella tavola intitolata Il pianista sotto la volta viola in fiamme. Colori rassicuranti: bianco, azzurro… Nessun testo da decrittare. Peccato che la concertista in questione torcendo il collo con una postura da collare, fuori copione, si lasci pericolosamente distrarre da due bestioloni di dubbia ornitologia che incombono sul piano e nell’aria stessa, minacciosamente inquinata dall’incendio sui merli turriti di un vicino castelletto. I volatili melomani annunciano chissà che cosa, ma pesa l’ombra dei loro occhi rossi. Ecco fatto: il Biagioli di oggi è l’adulto che non “descrive” più sogni, incubi, paure, ma che li “racconta” con più sottile allusività. Come dire che ormai è finita l’età d’oro e se pure la si rievoca spesso, essa tradisce l’adulto disincanto. E’ il consapevole scotto da pagare per intraprendere nuove vie come persona e come artista. Ugualmente dal punto di vista della tecnica utilizzata. Adesso anche dedicata alla realizzazione di deliziose coloratissime sculture lignee: totem, robot, simulacri di un investimento di energie fantasiose di un “primitivismo” alquanto ricco e non da poco. Permane sulle tavole a tecnica mista la Scrittura, naturalmente Lingua (Linguaggio an-alfabetico, anti-alfabetico di Filippo) obliqua sempre, fuori dall’alfabeto tradizionale. Ambiguamente riempie i lavori con funzione più ornamentale che letterale, dando avvio a correnti di pensiero opposte e contraddittorie. La dicono lunga e chiara sull’idea di un comportamento artistico che vuole prendere le distanze dalle categorie in cui si vorrebbe ingabbiare. Biagioli non è più il giovane spettinato che strizza l’occhio al graffitismo. Semmai un murale bizzarro Filippo se lo inventa lui, senza spray, e non furtivamente su un muro abusivo, anzi su un muro che è stato invitato a illustrare, e su cui una ricerca filologica della fauna locale è diventata zoologia fantastica naturalizzandosi per sempre in un giardino. Evviva… Mi convinco che sia così, che non sia necessario volere capire di più, ma “sentire” quel che guardo, senza farmi condizionare da altro che non sia la mia percezione emotiva: mica devo scrivere un saggio di psicologia dell’arte. Devo invece godermi la fantasmagoria di Filippo, il suo estro capriccioso, bislacco, tutto scatti, energie nervose, e le nuove artistiche avventure. La sua innata simpatia-empatia con chi lo osserva senza pregiudizi. Purtroppo, però, sono sospettosa di natura: e certo la deformazione professionale ci mette del suo. Infatti dietro a tanta “svagata” esplosione cromatica, dentro a tanta apparente leggerezza leggo una parodia seria, antropologica, botanica, zoologica dei “mondi” del neoespressionismo americano, dei cartoons, delle anestetizzanti pubblicità odierne, che sembrano virare unicamente verso un’estetica subliminale del bello, “dell’ovvio” e “dell’ottuso” (caro Barthes, quanto ci manchi!) in assenza di idee migliori. Allora ben venga la mimesi del polimorfico disegno infantile: immagini-prove generali di come si pensava l’esistenza al tempo della cosiddetta innocenza, nel mondo incomprensibile degli adulti. Ben vengano le visionarietà oniriche che cuciono i frammenti della nostra vita reale (non scomodiamo sempre i modelli surrealisti…) e la preoccupazione per una natura snaturata. Nella tavola intitolata Paese sera piante rosse meravigliose, piene di aculei costringono una Lei-mani-di forbici alla resa (…chissà?); la natura è una foresta di simboli, dove a volte si immaginano eroi tecnologici e mostri confidenziali, come gli animali geneticamente modificati dalla fantasia, o le meravigliose piante di cachi piantate in una sporta della spesa. Orripilanti o graziosi elementi di immaginifica fisiologia, addomesticata e resa plausibile, come nel caso delle chiocciole, delle lucertole, delle aracnidi “incise” o meglio graffiate in misuratissimo rilievo su fotografie interessanti. Oggi un’altra delle novità di Biagioli; sperimentazione raffinata che guarda alla fotografia come a un medium su cui esercitare tecnica e creatività. Addio Street art, se proprio qui qualcuno volesse trovare ancora inutili parentele con forme d’arte contemporanee. Anche quella stagione declina ormai nella consuetudine: non siamo più post di nessun post-moderno (personalmente sono costituzionalmente e intellettualmente post-arcaica). Meno male che Filippo è ancora Filippo e non patisce soggezioni in questa società che ora qualcuno ha definito “liquida” e non senza ragione. Meno male che lo possiamo guardare immedesimandoci nel suo stupore genuino, ma non ingenuo. Lui spalanca gli occhi mentre immagina e dipinge con stupore gli occhi sgranati delle sue donne “Medusine” con capigliature dalle proporzioni spropositate, come tutto il resto. Stupore contagioso, il bisogno di dipingerli per noi proprio così. Luisa Facelli