MAX BOTTINO - INVENTARIO CELESTE

Arriva da me in un pomeriggio torrido, con il suo “laboratorio portatile”, come lo chiama lui, predisposto in modo da poter diventare facilmente itinerante, in qualsiasi momento. Lui è Max: l'artista Max Bottino. Le sue mani, con gesto rituale, poco dopo, si accingono ad estrarre opere d'arte, prima dall'interno di una secret box che lui, con la solita aria divertita, dice essere una scatola di scarpe. Poi altro ancora uscirà da una grande cartella e da vari faldoni, dove stanno anche libri d'artista, riposti con cura meticolosa. Da quell'uomo di teatro che è, mentre mi lascia friggere per la curiosità, si muove con la noncuranza disinvolta di un archivista di rango che maneggi carte importanti davanti all'osservatore grato di potersele godere da vicino. Max tiene sempre ben fermo il bandolo della matassa, e mi dispone davanti singoli lavori, differenti tra di loro, all’interno di un’unità progettuale talmente compatta da unificare tutti i lavori delle varie serie che la compongono sotto la comune intitolazione di “Disegni celesti”, seguiti da numerazione, come nelle didascalie dei cataloghi. Giorno fortunato, oggi: eccola qui la gran parte del suo nuovo “Inventario celeste”, tra breve in mostra, nello spazio raccolto della Casa d'Arte di via dei Mercati, da sempre aperta agli artisti più innovativi e originali. Titolo di grande seduzione, “Inventario celeste”, suggerito dalla volta della Cappella Scrovegni. Con Giotto si va ammaliati e spediti: anche da suggestioni, percepite a naso in su a Padova, sono maturati questi “Disegni”, a tecnica mista, ora in limpida coesa raccolta, sotto il segno numinoso della tonalità blu. Raccolta ricca di intuizioni, già accarezzate, sfiorate talvolta nella poetica di Max. La prima di esse consiste nello sforzo di conciliare due tratti del suo carattere e delle sue esperienze artistiche apparentemente contrastanti: innanzitutto quanto di più spirituale esiste in lui (di celestiale?- e cosa mai più del cielo di Giotto? a folgorare un Max in piena estasi cromatica), in secondo luogo ciò che invece vi è in lui di più terragno, in ragione della forte concretezza dei materiali usati e della spiccata vocazione per un nobile artigianato, grazie ad una sofisticata manualità. Con rara affinità con l'indimenticabile Maria Lai. L'esempio più curioso? Subito: l'artista non si limita a cucire nei suoi lavori. Ricama enigmi, con l' ago. E con la penna, nel caso di “Inventario celeste”. Il secondo nucleo dell'opera sta, invece, nel recupero di ogni tipo di memorie difese da un documento ritenuto arido come l’inventario, con valore di summa oggettuale, cresciuta nel tempo. Sfida alla personale e all'altrui labilità e oblio, senza presunzione di eternità. Anche se il tema della memoria privata e pubblica che fonda la socialità e la civiltà dell'individuo, aiutandolo a tenersi alla larga dal tabù della morte, è pur sempre un tentativo di eternare qualcuno o qualcosa in se stessi... Luisa Facelli