RENATO LUPARIA - IL SUONO DEL SILENZIO

Lo dico chiaro e tondo: pochi elementi della natura interpretano il silenzio, anzi lo personificano, meglio di un albero. Pura armonia: guardare e ascoltare. A orecchie dritte, come quelle delle piccole lepri all’erta sulle colline del Monferrato. Le stesse colline di Renato Luparia, nelle stampe fotografiche “fine art” digigraphie numerate e firmate, in tiratura limitata, intitolate “Il suono del silenzio”, a suggerire evocazioni di atmosfere sospese, in assenza totale di animali e di esseri umani. In occasione della Collettiva di Fotografia d’autore del 2013, a Villa Vidua, nella presentazione di questi lavori, rilevavo il clima rarefatto della natura innevata, assorta misteriosa protagonista. Nelle immagini, infatti, la nebbia si fa complice della neve in un bianco/nero dalle sfumature fiabesche, da paesaggio nord-europeo; il respiro antico della stagione invernale rappresentato con essenzialità, restituisce visioni suggestive: la serie s’incardina sul tema arboreo, caro alla sensibilità di questo foto-artista, con significati reali e allusioni forse metaforiche. Altre riflessioni analoghe, più avanti: perché ora mi preme dire che Luparia è un fotografo appassionato, ma di grande controllo: non esagera mai. Nessuna sudditanza tecnologica nei confronti del mezzo usato, per fedeltà a un’idea di fotografia alta, antica (non antiquata): non servirebbe uno strumento formidabile se lo sguardo fosse spento, tutto preso più dalla tecnica che della visione. Non è questo il caso: ogni scatto viene da un sentire immediato, ma che parte “da lontano”; senza chiederglielo, perché non m’interessa stabilire né i suoi modelli né altre somiglianze, azzardo che quanto a cultura fotografica, sul tema in questione, vengono in taglio esemplarmente forse il “Cipresso nella nebbia” di Ansel Adams, il “Sottobosco” di Man Ray, il grande albero solitario (Senza titolo) di Jerry N. Uelsmann. Bastano e avanzano: riferimenti siderali in bianco e nero. Ora, scendendo con i piedi per terra, credo che senza qualcosa di questa e tanta altra cultura non si vada da nessuna parte. La sobrietà nitida con cui si muove Luparia, la sa lunga in proposito. Lì da vedere: di per sé già prova di uno stile e di un tratto del carattere, improntato alla consapevolezza che non si deve mai smettere di studiare, con discrezione, perfino nel porre domande cruciali, a voce bassa: il silenzio austero degli alberi insegna l’umiltà. Piccola summa della miglior tempra della nostra gente piemontese? Ma sì, sfido chiunque a confondere questa sua cifra personale così seria e onesta con la baraonda delle derive semplicistiche di stampo “localistico” fine a se stesse (per capirci: circolazione fotografica rozza di vigne, di campi, di fronde; quante frasche in primo piano con in lontananza il solito edificio: niente altro che cartoline anni Cinquanta, a volte perfino color pastello). Riconfermo, quindi, con fermezza, il giudizio espresso sulle digigraphie ora esposte alla Casa d’Arte: “L’albero nudo, solo in mezzo alla distesa bianca, induce a ragionare sul sentimento di unicità con cui va osservato ogni elemento del cosmo? E come interpretare lo sguardo sui boschi di pioppi nel contrasto luce-ombra, acuito dall’effetto lattiginoso? O le ondulate colline di vigneti a mezza via sulla carta tra terra e cielo… e le teorie di gelsi, ingoiati, come in dissolvenza, dalla nebbia? La riflessione è spirituale: il libro della natura, spalancato sotto i nostri occhi, è ancora in grado di stupirci. Così l’attrazione per la geometria dei luoghi: tagli in diagonale, angolazioni non convenzionali, prospettive ardite, l’intera grammatica formale di Luparia può virare verso l’astrazione. La purezza delle inquadrature, l’originalità dell’intera composizione suggeriscono ipotesi, ma ad avere la meglio è l’emozione davanti all’immagine: fra tentazioni sperimentali e perizia tecnica spicca l’autorevolezza di una straordinaria vocazione per il landscape”. Insomma, non seducono solo le piante rare della natura più esotica, ormai dietro l’angolo: si viaggia tutti, oggigiorno, che diamine. Ostinatamente, con o senza valigia in mano, io sto con i poeti: il gelso, il pioppo, la quercia, l’ontano, l’acacia, e tanti altri, sempre e ancora, da Pascoli a Pasolini, magari via il Rigoni Stern di “Arboreto selvatico”o più ancora il Conti del recente “Il grande fiume Po”: presenze di bellezza, ovunque, e anche qui da noi, attorno ad acque placide e temibili, a volte selvagge da addomesticare. Il nostro stupore si rinnova così, anche attraverso gli alberi di Renato Luparia. Nell’abbraccio di colline, risuonano di questo sentimento tenace e silenzioso, come lo scorrere del tempo. Luisa Facelli