ANTONINO FULCI - ARTISTA CIVILE

Alla Casa d’Arte di Viadeimercati torna oggi a esporre Antonino Fulci, con vari lavori a olio e a matita. Tra questi uno di grande formato e suggestione, ispirato a - e da - una fotografia di Georges Mérillon del 1990 (premio Word Press Photo Gamma). La straordinarietà dell’immagine ci pone di fronte ad un “Compianto”: tale è lo strazio della madre, delle sorelle, dei parenti davanti e intorno al corpo senza vita di un giovane del Kosovo, ucciso dalla polizia serba, durante la guerra nell’ex - Jugoslavia. Vari i possibili riferimenti al genere “alto” del “Compianto”, frequente nella Storia dell’arte, compreso il gruppo scolpito di Niccolò dell’Arca qui ricordato, tra i molti possibili, per l’analogia della figura femminile con la bocca spalancata in una maschera di realistico orrore quasi caravaggesca. Non dissimile dai “Compianti” la composizione di gruppo delle figure presenti attorno al corpo del morto. Ora, l’interesse interpretativo di Fulci parte sì dalla fotografia, ma la travalica, nel senso che non intende riprodurre una copia, né un modello, ma asseverarne in pieno la funzione drammatica, ponendo l’accento sul tema che, da tanto, gli sta più a cuore, quello della sofferenza e dell’umana disperazione che essa comporta. Perciò la scena del suo dipinto s’illumina di forti spunti personali, con corposa misura: la madre (nei “Compianti” Maria) e le sorelle sono, nella realtà fotografata, donne del popolo albanese e anche nel lavoro di Fulci tali restano, tuttavia l’indicazione dell’opera insiste sul sentimento universale di condivisione di tutti gli astanti che effettivamente dovrebbe trascinare chi osserva la scena “dentro” il quadro e continuare “fuori” dal quadro. Il contesto bellico in sé e per sé esula dallo spazio compositivo della tela e rimane in quello mentale, a patto che si conosca la vicenda storica; ciò che conta è qui il patto d’amore inestinguibile pur nella sua sacralità offesa. Fulci ha una visione del mondo corale e qualche prossimità rispetto all’obiettivo di Mérillon (e non intendo l’ “obiettivo” reale, trattandosi del medium professionale di un reporter di guerra, ma naturalmente di quello metaforico, data la folgorazione lancinante dello scatto): la devastazione della violenza, secondo il pittore, necessita certo denuncia, ma la denuncia non può cristallizzarsi soltanto per un momento nell’emozione prodotta dalla testimonianza documentale, esaurendo così il suo compito. Fulci crede piuttosto che la pietas dovrebbe indurre a scavare nel profondo dell’essere umano: si tratta di cercare i modi di un fiducioso riscatto dal male e della possibilità del singolo di migliorare se stesso in vista di un bene che aspira a coinvolgere la collettività con ricaduta positiva. Problema filosofico, etico, religioso e quant’altro, di portata enorme, di cui Fulci è consapevole, come del rischio utopico che può suggerire. Tuttavia consegna la speranza al colore, squillante, vitalissimo, solare, di tonalità tutt’altro che mortifera. L’invenzione delle cromie è altro da quelle più contenute della fotografia: ma la luce, sia nel dipinto sia nella foto, è motivo stilistico obbediente a percezioni diverse. Fulci è quel che si può definire un artista di impegno civile: strada in salita, senza scorciatoie, proprio per l’impatto ottico e psicologico prodotto dai soggetti trattati. La sua ricerca scandaglia l’abisso dell’inferno interiore per contemplare il valore e il senso della vita, che specularmente si riflette nello scandalo della morte. Grande tabù cui le ragioni estetiche di un mondo sempre più a caccia di immagini patinate si sottraggono, spesso con allarmato disimpegno. Fulci non si spaventa: il suo è percorso doppio, spirituale e artistico. In mostra alla Casa d’Arte anche altri dipinti figurativi, intensi: rassicuranti nature morte con figura o, come preferisce definirle l’artista, “nature-vive”; poi solari ritratti, a olio e a matita, per dire soprattutto la gioia degli incontri, delle esperienze che la vita offre e tutta la bellezza da cui possiamo lasciarci inondare; il disegno, accurato, sia nell’arte orafa, che nella pittura è talento naturale di questo artista dalla mano felicemente sicura. Del resto, da sempre, eccelle per varietà di tecniche e sperimentazioni, senza trascurare mai una propria cifra stilistica originale ben riconoscibile. Luisa Facelli